Pittore e giornalista specializzato
nella ricerca del paranormale,
medium egli stesso, vive fin
dall'età di sette anni, fenomeni
inquietanti. Nel 1981 è protagonista
di un abduction (rapimento) da parte
di esseri di un altro pianeta,
esperienza che comporterà un
radicale, traumatico mutamento nella
sua vita. ... Ha in seguito, altri
incontri con gli E.T. dai quali
apprende conoscenze strabilianti
riguardanti il passato ed il futuro
dell'umanità e le leggi che
governano l'universo.
Ho una storia da raccontare,
terribile e straordinaria, la storia
di un uomo: la mia storia. Essa mi
appartiene completamente, con i
lunghi anni di silenzio, con
l'angoscia d'interminabili notti
insonni. E' mia, la storia
incredibile e stupefacente di un
uomo come tanti, un essere tra i
miliardi che si aggirano tra le note
del destino affollando questo mondo
perduto nelle spire di un oscuro
universo. Un uomo che d'improvviso,
in una notte, si trova scaraventato
oltre i confini di ciò che definiamo
realtà, condotto sull'orlo della
follia, in una diversa concezione
dello spazio-tempo.
Precipitato in una voragine d'assurdo e
d'impotenza, quella notte conobbi i Signori
delle stelle, gli antichi guardiani, i
Creatori d'ancestrale memoria, e incominciai
a morire. Un uomo moriva trascinato fuori
dalle rassicuranti forme della geometria
euclidea, dagli schemi familiari del
relativo sapere, assai più in là della
binaria consapevolezza del bene e del male.
Un delirio durato undici anni, una lenta
agonia , un inesorabile mutamento. Quella
notte di fine estate incominciai a morire
per rinascere ad una nuova coscienza. E' per
questo, e per altro ancora che si aggira
inquieto nelle profonde gole della memoria,
che questa storia mi appartiene; e non
potranno i dotti, gli uomini di scienza,
siano essi astronomi o psicologi, sociologi
o esegeti di religioni assurde, mutare con
il loro sapere ciò che è vero tanto quanto
appare incredibile; né con le loro sagge
disquisizioni e le loro pontificanti
"verità" potranno mai modificare quanto ho
vissuto sulla mia pelle in silenziosa ed
esasperante emarginazione. Non chiedo che mi
si creda, né che si tenti di comprendermi,
ma solo di riflettere e di meditare su
quanto mi è accaduto. Non è forse follia
tutto ciò che sfugge al razionale senso di
comprensione? Non fu considerata pazzesca,
un tempo, l'idea di alcuni di poter volare
librandosi nel cielo a bordo di velivoli più
pesanti dell'aria? Che dire di tutti i folli
del passato, di coloro che pagarono con la
propria vita l'imprudenza di narrare la
propria visione delle cose posta troppo
oltre la presuntuosa capacità d'intendere
dei "sapienti"? Dei vari Giordano Bruno,
delle Giovanna d'Arco che come grande torto
sapevano ( o furono indotti a ) vedere oltre
i meri confini della limitatezza umana,
udire le voci provenienti dalle dimensioni
dell'ignoto e parlando di ciò si resero
colpevoli di opporsi all'arroganza dei
detentori del sapere. La storia umana di
questo pianeta è piena di roghi e di
martiri, di folli derisi e messi alla gogna
dai luminari, dagli uomini di scienza
saccenti e razionali che han creduto e
credono tuttora che tutto si possa spiegare
alla luce della logica e della raziocinante
intelligenza. Ciò che appare insensato
illogico irreale, o deve appartenere
all'ormai decadente retaggio religioso o
entra nel campo sintomatico della
psicanalisi come vaneggiamento, turbe
psicogene, carenza affettiva, disadattamento
e mania di persecuzione. E qui s'impone una
domanda : ma che ne sa veramente l'uomo
della psiche ? Conosce forse i segreti della
mente, le interazioni frequenziali tra
cellule e galassie? E l'astronomia cosa
conosce dell'universo, delle stelle e dei
soli, fluttuanti nell'immensità siderale?
Nulla! Poco e male. Forse dall'ignoranza
nasce la paura, l'umiliante terrore di non
conoscere il proprio passato, di non
riuscire ad immaginare il proprio futuro, e
dalla paura sgorga l'arroganza presuntuosa
che nega tutto ciò che appare anomalo, che
chiama follia ciò che non conosce o non sa
spiegare. Tutto ciò che esce dagli schemi
prefissati è da negare o distruggere, e poco
male se insieme si distruggono i "folli"
portatori di tali anomalie in un mondo che
tende alla omogeneizzazione ghettizzante
delle masse. Ma a volte succede per loro
sfortuna - per sfortuna dei detentori del
potere politico religioso culturale - che
alcuni maledetti fortunati possano essere
toccati da insana follia e in preda a febbri
deliranti incomincino a parlare e raccontare
una loro storia. Maledetti fortunati - già,
tale io mi sento: colpito dalla maledizione
di un sapere che trascende la mediocrità
umana, e fortunato per essere stato posto
nel copione di un evento straordinario che
conduce oltre l'immaginario, verso il futuro
- che vivono soffrendo per il loro nuovo
stato di coscienza e che non possiedono
nulla tranne la libertà. Incominciò tutto in
una sera di metà settembre. C'era ancora
nell'aria la calura di un'estate
particolarmente torrida che solo allora
andava diluendosi in una sottile pioggia
odorosa di polvere e in leggere folate di
vento. Un sabato sera in compagnia di amici
in una pizzeria e poi un giro in auto per le
strade strette della collina. Eravamo appena
giunti in una radura e stavamo smontando
dalle auto, quando improvvisamente il cielo
scuro fu squarciato da un bolide
incandescente, una sfera di fuoco scaturita
dal nulla. Rimanemmo attoniti a guardare ed
in silenzio ne seguimmo le strane evoluzioni
finché, con una rapida manovra di
avvicinamento, " la cosa " iniziò a scendere
verso un vicino bosco di pioppi sparendovi
dopo qualche momento e irraggiando tutto
intorno una luminosità smorzata di color
rosso-arancio. Sorpresi ed eccitati, in un
attimo decidemmo di andare verso il luogo
dove l'oggetto era sparito. Ma ben presto, a
causa dell'oscurità e di un profondo
avvallamento cosparso di rocce e rovi che si
frapponeva tra noi e il bosco, rinunciammo.
Tornando verso le auto e poi verso casa, non
facemmo altro che parlare dello strano
evento ipotizzando le più disparate
congetture. Quando verso le 23-23,30 ci
separammo, mi accorsi di non sentirmi
affatto bene. Capogiri ed improvvise vampate
che salivano dallo stomaco ben presto mi
piegarono ad un malessere più diffuso e di
straordinaria intensità. Mi rigiravo nel
letto in preda all'angoscia. Avevo freddo e
sudavo abbondantemente. Mentre mi dibattevo
in un totale stato di confusione, nonostante
l'inevitabile fracasso prodotto dalla mia
agitazione e i conseguenti rumori delle mie
frequenti escursioni in bagno per lenire
attraverso l'acqua fresca ( tentai anche di
vomitare poiché mi ero convinto che tutto
fosse dovuto ad un'intossicazione alimentare
) la sofferenza ormai insostenibile, i miei
familiari continuavano a dormire
profondamente. Chiamai più volte, invano:
allora mi apparve strano vedere al chiarore
lunare che filtrava dalle persiane
semichiuse, i loro volti cristallizzati in
un sonno immobile come quelli indotti da
sonnifero. Tutto era stranamente attutito, e
quando goffamente urtai un bicchiere posto
sul lavabo, lo vidi cadere con una lentezza
esasperante ed esplodere nell'impatto con il
pavimento in mille schegge brillanti ma non
udii il tonfo che inevitabilmente avrebbe
dovuto produrre. La casa era silenziosa, di
un silenzio angosciante e pregno di
allegorie inquietanti. Le mura trasudavano
ombre ovattate, e dall'esterno, dalla strada
abitualmente percorsa dal traffico e dagli
schiamazzi del sabato notte, non proveniva
nessun rumore. Guardai l'ora: era da poco
passata l'una. Febbricitante, tentai di
dominare un fremito di disperazione senza
riuscirci. Non connettevo più. Non sapevo
cosa, ma sentivo che stava accadendo
qualcosa e fu allora che iniziai a lottare
con gli sconosciuti che stavano invadendo la
mia mente: qualcosa o qualcuno mi ordinava
di vestirmi e di uscire di casa per recarmi
su per la collina. Forze estranee mi stavano
inducendo a fare ciò che in realtà non
desideravo fare, ma nonostante cercassi di
oppormi con tutto me stesso, mi ritrovai
nell'automobile, il motore già avviato, poi
alle prese con le curve nelle tortuose
stradine di collina. Avevo paura, mi sentivo
morire mentre nugoli di pensieri confusi mi
trapassavano il capo. In quel momento mi
ricordai di non avere carburante a
sufficienza. Come per risposta giunse il
brusco rallentare dell'auto, ed il motore
che tossiva si spense. Mi ritrovai immerso
nell'oscurità, non mi reggevo in piedi,
dovevo essere in uno stato psicofisico
terribile. Pensai allora di fuggire, di
tornare in città e recarmi alla guardia
medica; ma avevo dimenticato che opporsi
agli invisibili era inutile e doloroso.
Fitte lancinanti mi divoravano il cervello
mentre giungeva l'ordine di proseguire, ed
io sconfitto e avvilito andai avanti. Quando
raggiunsi la radura della sera precedente,
colsi lo stesso silenzio opprimente ed
innaturale, la stessa atmosfera rarefatta e
immobile che avevo avvertito per la prima
volta in casa qualche ora prima. Non sapevo
che ora fosse di preciso ed era impossibile
nell'oscurità leggerla sul quadrante
dell'orologio. Rammento che, calcolando
mentalmente il tempo trascorso da quando
prima di uscire di casa avevo visto che
erano circa le 2,30, e addizionandolo
all'ipotetico tempo necessario per
raggiungere la radura a piedi, realizzai
fossero le 4 del mattino circa. Ma
ovviamente tenendo conto della frustrante
condizione in cui versavo, questo non è un
dato preciso. Foto M.Cavallo Poi accadde
quanto di più spaventoso e assurdo la mente
umana possa sopportare o concepire. Apparve
d'improvviso: enorme, paurosamente
incombente
Una sfera di fuoco vorticoso mi
sovrastava; all'interno scorgevo un
corpo più chiaro di un argento
sfavillante. In un susseguirsi di
eventi veloci e disarticolati come
accade nei sogni, provai la
sensazione di fluttuare nell'aria,
mi resi conto di essere sollevato
dal terreno e risucchiato verso
l'alto. Ogni fibra del mio corpo
urlava disperazione e rassegnazione.
Tentavo invano di sfuggire a quell'incubo
terrificante vissuto ad occhi
aperti, ma mi abbandonai e attesi
l'inevitabile. Nel silenzio un
ronzio si faceva strada verso le mie
orecchie: gli occhi doloranti
cercavano di abituarsi ad una
luminosità diffusa e trasparente. Mi
parve d'essere rinchiuso in una
capsula di vetro, una campana di
cristallo o materiale plastico
trasparente, attraverso la quale
scorgevo un ambiente incredibilmente
vasto; un evidente paradosso
nell'inconscio mi suggerì l'abnorme
differenza tra l'oggetto visto
dall'esterno e lo spazio che mi
conteneva, e del quale intravedevo
appena i limiti estremi.
( Dall'esterno il diametro apparente
dell'oggetto poteva essere di 15 o 20
metri). L'ambiente risultava quasi spoglio,
privo di qualsivoglia strumentazione di
qualsiasi genere, tranne che per i pannelli
organizzati lungo tutta la circonferenza che
partivano da circa un metro dal pavimento
verde traslucido simile allo smeraldo e
convergevano degradanti verso il soffitto
semicircolare. Pulsavano emanando luce dai
colori tenui che andavano dall'azzurro
metallico al bianco violetto. Colsi allora
l'impressione estemporanea di trovarmi tra
le spire di una creatura biologica, un
organismo vivente. Il posto che occupavo
immobilizzato nella nicchia trasparente,
m'impediva di cogliere ulteriori particolari
di ciò che stava alle mie spalle e quindi di
descrivere nell'interezza l'ambiente che mi
conteneva. Ebbi la certezza inconscia, però,
che non fosse al centro ma posta a due terzi
da quella che ritenevo essere la parte
centrale, una sorta di struttura leggermente
convessa di colore rame brunito che si
ergeva dal pavimento. Il ronzio crebbe
d'intensità e quasi contemporaneamente la
voce penetrò la mia mente: mi disse di non
temere poiché non mi sarebbe stato fatto del
male. E la voce era simile al fruscio del
vento tra le canne, monotona come l'acqua
che scorre. Ero sospeso nell'universo ed il
mio cuore pulsava col pulsare delle stelle,
mi sentivo come dilatato verso emulsioni di
luce impossibili da descrivere, sfavillii di
pietre preziose nel buio cosmico... Era come
se improvvisamente io conoscessi tutto di
tutti e di tutto, come se l'universo intero
non avesse avuto più segreti per me: niente
più misteri. Mentre la coscienza si
espandeva impadronendosi di un sapere
atavico e terribile, continuavo a pulsare
con le stelle, a precipitare verso soli
impazziti, rapito nel vortice di pianeti
danzanti. Per un istante mi vidi nota di una
sinfonia sfuggente. " Non aver paura "
ripeteva la voce, e sembrava giungere da
profondità abissali, da oltre i confini
delle galassie. Il ronzio si intensificò
modificando i toni bassi in echi striduli,
laceranti, e un senso di nausea spinse lungo
la gola conati di vomito misto a urla senza
suono. Quando il rumore simile a quello
prodotto da una enorme dinamo raggiunse
livelli insopportabili tanto da perforarmi i
timpani, chiusi gli occhi e mi sentii
cadere. Scivolavo verso il basso,
precipitavo velocemente. Poi tutto si placò
e al mio sguardo attonito si offrì uno
scenario incredibile. Attraverso le palpebre
socchiuse e doloranti, si stagliava un
paesaggio fiabesco, irreale: costruzioni
dalle forme estranee, dall'architettura
monolitica e tondeggiante, svettavano a
perdita d'occhio emanando una luce
fluorescente dalle tonalità calde tra il
giallo e l'arancione; ordigni inconsueti,
sospesi nell'aria, ondeggiavano in un largo
spiazzo circolare. Ma soprattutto mi
impressionò l'edificio che dominava la scena
e che colpì la mia immaginazione con una
similitudine astratta. Appariva come una
conchiglia rovesciata con grandi arcate
lungo il perimetro esterno e frontoni
fregiati, sui bordi alti, da simboli strani,
per alcuni versi simili all'antica scrittura
cuneiforme oppure assimilabili ai
geroglifici. Queste arcate nella loro forma
contenevano impossibilmente il cerchio ed il
triangolo, una elaborazione architettonica
difficilmente esprimibile eppure
fantasticamente esistente. Mossi qualche
passo indeciso, e incredulo mi voltai. Potei
così osservare la macchina con la quale il
mio rapimento era avvenuto: non pulsava più,
non era più avvolta dalle fiamme. Ora era
simile a una gemma tondeggiante che andava
assottigliandosi verso i bordi. Aveva
assunto un colore mercuriale molto vivido e
sembrava fatta di un materiale trasparente,
tanto che ebbi come l'impressione di
scorgere alcune parti all'interno di essa.
Per tutta la circonferenza dell'ordigno, una
flangia sfavillante simile allo zaffiro ad
intervalli regolari emanava dei lampi di
luce azzurro-cobalto, una fiamma di natura
elettrica. Comprensibilmente frastornato, mi
rendevo conto di non provare nessuna paura;
anche il malessere era completamente
scomparso. Avvertivo nell'aria un odore
amaro e pungente, intenso, qualcosa che mi
ricordò la montagna, un misto tra l'erba
bagnata e la salsedine, forse un po' più
amaro. Stavo cercando di spiegarmi, tra una
ridda di sensazioni contrastanti,
l'innaturale silenzio che perdurava
divenendo insostenibile, quando preceduta da
un senso di vertigine tornò la voce: " Sii
benvenuto, figlio di Sahrahs, il mio nome è
Chama e provengo da Clarion "- Quella voce
aveva lo straordinario potere di creare
visioni nella mia mente, così mentre i suoni
fluivano in me, accompagnate da un sottile
riverbero metallico prodotto (lo saprò in
seguito) da un traduttore simultaneo, nel
mio cervello si creavano immagini di luoghi
e di eventi, chiarissimo compendio di quanto
mi veniva narrato. Le immagini erano così
nitide da creare l'impressione di esserci in
mezzo, come se stessi vivendo quanto invece
mi veniva solamente proiettato. Vidi Clarion,
un pianeta di azzurro cristallo e mimosa. Lo
vidi prima dallo spazio in lontananza, poi
sempre più da vicino. Tuffato in un volo
radente lo attraversai costeggiando alte
vette e profondi fiordi, sorvolai oceani e
foreste, città di pianta circolare, immerse
nella macchia erbosa primitivamente
lussureggiante, di una sfumatura
indefinibile tanto da non trovare paragoni
con i colori conosciuti. Il verde blu degli
oceani era simile al colore dei nostri mari,
ma l'acqua dava l'impressione d'essere
metallo in fusione perenne e creava fasce
d'argento bruno in un avvicendarsi di
plastiche onde perlacee. Clarion - che
nell'idioma alieno significa " splendore "-
mi venne detto appartenere ad un sistema
binario posto nella terza galassia. E'
orbitante intorno a due soli, come un tempo
fu anche per il nostro sistema solare. Mi fu
spiegato che i sistemi doppi sono quasi una
regola nell'universo, mentre la situazione
attuale del nostro è definita " un evento
anomalo prodotto da una catastrofe
planetaria verificatosi circa 180 milioni di
anni fa ".
La configurazione orbitale del
pianeta Clarion produce sullo stesso
un giorno lunghissimo e per notte
solo un breve crepuscolo. Seppi
inoltre che per effetto dell'orbita
ellittica e contemporaneamente
sinusoidale del pianeta intorno ai
due astri, della durata di 425
giorni terrestri ( anno clariano ),
si crea una condizione particolare
per cui in un periodo di circa 45
giorni la notte on cala mai. Tale
evento nel loro idioma è detto: "
amhutzar " - Giorno infinito -.
Sempre attraverso immagini indotte,
appresi che Clarion dista dal nostro
mondo 150 mila anni luce, spazio che
per giungere sino a noi i visitatori
coprono in 72 - 73 dei nostri giorni
proiettando le loro navi attraverso
quelli che definirono una sorta di
corridoi magneto- temporali
Jhlos
Mentre una mole spaventosa
d'informazioni affluiva alla mia
mente con rapidità allucinante
sgomentandomi ulteriormente, a pochi
metri dall'ordigno vidi delle figure
muoversi. Una di esse mi venne
incontro, e finalmente, illuminato
in volto dai lampi bluastri che
guizzavano intorno al velivolo,
potei vedere uno dei miei rapitori
stagliarsi chiaramente. Aveva
fattezze umane e pareva scivolasse
piuttosto che camminare. Alto, di
corporatura atletica, portava in
viso i tratti somatici dell'indio
preincaico - tale fu l'impressione
che mi suggerì il pensiero facendosi
strada tra l'angoscia e la forte
emozione. Ad alcuni passi da me,
alzò il suo braccio destro, gesto
che io ansiosamente interpretai come
un saluto, e di nuovo la voce
penetrò nella mia mente senza che
alcun suono passasse per le mie
orecchie: " Non temere, non ti
accadrà nulla ", mi disse Chama. In
quel momento seppi che dovevo
seguirlo e ci avviammo verso le
insolite costruzioni. Solo allora mi
accorsi che non esistevano zone
d'ombra: tutto era luminoso come se
la luce sgorgasse dalle strutture
stesse, da ogni elemento
architettonico anche da quelli che
per la posizione occupata non
avrebbero potuto ovviamente essere
illuminati. Camminavamo affiancati
lungo una struttura trasparente, un
ampio tunnel di cristallo che si
snodava dritto tra le costruzioni
separandoci da esse. Per un momento
alzai lo sguardo, forse speravo di
scorgere il cielo ma non lo vidi.
Qualsiasi cosa ci fosse oltre, al
disopra ed intorno, era celata da
una fitta vegetazione. Inusitate
piante, alberi dal fusto alto e
contorto, felci enormi di colore
viola pallido spruzzate di giallo
sabbia svettavano infittendosi in
una compatta ed assurda macchia
cromatica. Ricordo che pensai,
chissà per quale parallelo, alla
vegetazione lussureggiante che
dovette coprire il nostro mondo
milioni di anni fa. La luce che
avvolgeva il luogo non trovava
paragoni, se non quello di un
tramonto ai tropici dopo una
giornata torrida. Mi accorsi che
ogni fibra del mio corpo era in
spasmodica tensione; tentavo per
quanto possibile di analizzare
lucidamente quanto mi stava
accadendo. Più volte dubitai che
tutto ciò fosse realtà, e
altrettante fui schiacciato dalla
umiliante consapevolezza
dell'evidenza. Tutt'intorno sempre e
solo il silenzio inanimato. Neppure
i nostri passi creavano echi o
fruscii di sorta. Quando fummo
dinanzi all'enorme edificio a forma
di conchiglia rovesciata, Chama mi
precedette e mi fece segno di
seguirlo. Dovette senz'altro
percepire la mia riluttanza,
l'indecisione e la diffidenza mossa
dall'istinto di conservazione,
poiché fece eco nel mio cervello la
sua voce: " Non temere! Non hai
nulla da temere." Sentivo le tempie
pulsare mentre mi appariva
drammaticamente chiara la
situazione: forse sarei uscito da
quell'incubo, avrei fatto ritorno a
casa solo se chi mi aveva rapito lo
avesse voluto. Mi sentivo stanco.
Con lentezza mossi alcuni passi
all'interno. Se avessi pensato che
nulla ormai avrebbe più potuto
stupirmi, avrei sbagliato. Qualcosa
che sembrava fregi a sbalzo e
bassorilievi copriva a intervalli
regolari il soffitto ad arco e i
lati superiori del nuovo corridoio
dalle pareti convesse e levigate,
traslucide come l'acciaio.
Toccandone istintivamente la
superficie, avvertii una leggera
scossa elettrica, e le dita
scivolarono come respinte da una
misteriosa energia. Disorientato e
sbalordito non mi resi conto che il
corridoio, giunto alla fine, dava su
un immenso salone circolare
completamene avvolto in soffice luce
blu. Tutt'intorno ai lati e al
centro, collegate tra loro da
cilindri di varia grandezza, si
ergevano strutture apparentemente
metalliche di un grigio antracite,
simili nella forma a torri
acchiocciolate. Vi erano pure -
sospese a qualche metro dal
pavimento - sfere trasparenti come
il vetro nel cui interno erano
racchiusi vapori rosati. ...Quasi
non mi ero accorto della loro
presenza. Erano immobili e mi
guardavano con occhi penetranti.
Vestivano lunghe tuniche
diversamente colorate. Avevano pelle
chiara e lunghi capelli bianchi
fluenti incorniciavano i volti di
un'età indefinibile. Mi indussero a
guardare verso un monolito
piramidale torreggiante al centro di
un largo tavolo rettangolare,
anch'esso in apparenza metallico. Mi
parlarono invadendo la mia mente con
immagini e suoni: la mia vita
passata scorreva velocissimamente.
La mia infanzia, i miei ricordi
riportati alla luce e resuscitati
nella memoria. Seppi così di
trovarmi in una delle loro basi
sotterranee sul nostro pianeta,
posta nel cuore dell'Amazzonia.
Appresi che ci osservano da lungo
tempo e che conoscono la storia
dell'umanità fin dagli albori. Mi
dissero di essere i " Guardiani del
Mondo ", e di appartenere a una
confederazione intergalattica che
unisce popoli e razze stellari
diverse. Abitanti di Alpha Centauri,
Orione, Zetar Reticuli e delle
Pleiadi sono sul nostro pianeta.
Alcuni di essi sono i " Creatori ",
coloro che innestarono il codice
genetico primordiale e che,
modificando le strutture biologiche
primitive dell'organismo vivente
chiamato uomo, diedero origine
all'evoluzione della specie e alle
razze attuali. Più volte avevo
mentalmente formulato il desiderio
di comprendere perché ero stato
"rapito ". E a quale scopo poi mi
venivano fatte quelle rivelazioni?
Capivo che la scelta non poteva
essere casuale: conoscevano la mia
vita, mi seguivano fin dall'infanzia
e forse in qualche modo mi avevano
preparato a quell'evento. Ma perché
io e non un altro? Sapevo che
leggevano nei miei pensieri, però la
risposta a quell'interrogativo non
giunse mai. Ancora oggi l'ignoro.
Forse fu un fruscio leggero a farmi
voltare. Incontrai lo sguardo di
Chama e mi parve di coglierne una
insospettata dolcezza. Era rimasto
alle mie spalle per tutto il tempo
ed al suo fianco ravvisavo ora una
creatura la cui bellezza può essere
definita solo tacendo, poiché ogni
tentativo ne deturperebbe il
ricordo: " Dhara ". Il suo nome mi
giunse sull'onda di un'eco profonda.
Gli occhi di un indefinibile azzurro
dal taglio vagamente orientale e
felino. I capelli ramati raccolti in
parte da una singolare acconciatura
e in parte sciolti sulla sinistra
del viso. Indossava un abito blu
scuro di foggia vagamente medioevale
e di uno strano tessuto simile in
apparenza alla seta o al raso, lungo
fino a coprirle completamente i
piedi. Sorrise. Intanto le
dieci-dodici figure con lunghi
capelli candidi, da cui avevo
appreso conoscenze strabilianti,
erano scomparse. Intuivo che
qualsiasi cosa fosse stato quello
che era avvenuto e ancora avveniva,
ora stava per terminare. Nel
silenzio assoluto seguii Chama e
Dhara che mi precedevano di qualche
passo. Attraversammo il salone
fiancheggiando le strutture
metalliche, e ripiegando sulla
sinistra, sfiorammo quasi le sfere
sospese che ondeggiando provocavano
leggeri trilli. Imboccammo un altro
corridoio più stretto e più basso
dei precedenti. Le pareti apparivano
dello stesso materiale simile
all'acciaio ma concave ai lati e
cosparse di fori ovali simili ad
oblò. In breve concludemmo il
tragitto davanti a una specie di
largo pannello in movimento. Pareva
che infinite lingue di fuoco lo
attraversassero intersecandosi a
vicenda e producendo miriadi di
scintille violacee. Chama con Dhara
- che, in un successivo incontro,
scoprirò essere una biologa astrale
- facendosi da parte m'indussero
sempre mentalmente a varcarlo.
L'angoscia mi riprese e mi strinse
alla gola. Chiusi gli occhi ed andai
oltre. Cosa avvenne dopo non saprei
dirlo poiché non ne ho ricordo.
Rammento mille punture d'aghi per
tutto il corpo e una sensazione di
completo torpore mentre precipitavo
in un tunnel senza fine tra una
pletora di colori saettanti. Mi
ritrovai disteso sull'erba umida di
un prato. Il sole era alto nel cielo
mentre una sottile brezza mi portava
i rumori lontani della città...
Questa è la mia storia non ancora
giunta al suo epilogo poiché
continuo ancora a incontrare i
visitatori, ad apprendere da loro i
significati occulti della vita e a
stupirmi di fronte ai misteri
dell'universo. I rapitori di una
notte, che mi liberarono per sempre
dalla schiavitù delle apparenze,
tornano a volte a parlarmi di mondi
remoti, preoccupati per le sorti del
nostro pianeta in attesa che l'uomo
si risvegli e guardi al Cosmo come
alla sua casa lontana dove il
proprio seme un tempo fu generato.
Sono passati 28 anni da quella notte
del 1981. Forse l'uomo non scoprirà
mai la propria origine, non svelerà
i segreti della vita e della morte.
Forse non comprenderà mai i segreti
dell'universo. Forse tra un secolo,
tra due o tra mille anni un evento
inaspettato, improvviso, cancellerà
la memoria umana. Forse, come già
accadde per le civiltà che
precedettero la nostra, anche
l'attuale perderà la propria
identità storica e la propria
cultura disperdendone i sogni, le
speranze e la conoscenza in
infinitesimali frammenti
inintelligibili. Forse tra un secolo
o mille anni, un'altra specie
biologica si muoverà tra le rovine
dell'attuale civiltà, forse gli
stessi sconvolti sopravvissuti si
aggireranno tra i misteri del
passato cercando di ricostruire la
propria identità. Nelle incognite
della vita e della morte, del prima
e del dopo, essi cercheranno
l'origine dell'esistenza ponendosi
le domande di sempre, creando nuove
forme di culto e inventandosi
tipologie nuove di spiritualità;
susciteranno nuovi Dei e nuove
filosofie per spiegare la loro
presenza su questo mondo. Forse è la
storia che si ripete in un folle
ritorno senza fine, fino a quando
l'intero Universo cesserà di
esistere, fino a quando l'ultimo
granello cosmico o l'ultimo sole si
consumeranno nel silenzio di una
lenta agonia siderale. Forse non
sapremo mai chi siamo stati prima, o
non saremo più dopo. Forse siamo
frammenti di un sogno che cesseranno
di esistere allorquando l'"Archetipo
Occulto" si sveglierà; forse tra
cento - mille - un milione di anni,
infrante le barriere dello
spazio/tempo, penetreremo nei
territori oscuri dell'assoluto là
dove hanno inizio i sogni e le
galassie, e lì, perdendo noi stessi,
si dissolveranno i dubbi e le paure,
le domande e i mille perché che così
a lungo avevano angosciato e ferito
il cuore e la mente degli uomini.
Forse nell'immobilità cosmica
risaliremo alla nostra origine,
sapremo di essere figli delle stelle
o schegge di follia, meteore erranti
dell'infinito. Forse riusciremo a
comprendere il nostro destino, le
ragioni dell'esistere... Comunque
sia l'epilogo - se mai ci sarà -
comprenderemo che:
la bellezza della vita risiede nelle
ali del mistero e il fascino della
morte nel cuore della sua
incorruttibilità.